Quando internalizzare l’IT diventa un errore strategico

Internalizzare l’IT è una decisione che, prima o poi, molte aziende prendono o quantomeno considerano seriamente. Spesso nasce da una frustrazione: fornitori percepiti come lenti, costi che sembrano fuori controllo, soluzioni che non rispondono più alle esigenze del business. A quel punto, l’idea di costruire competenze interne appare come la scelta più logica: più controllo, maggiore velocità, minore dipendenza dall’esterno.

È una narrazione convincente, ma in molti casi può rivelarsi pericolosa.

Internalizzare l’IT non significa semplicemente assumere qualche ingegnere e smettere di lavorare con partner esterni. Significa costruire una struttura complessa, che deve essere in grado di sostenere nel tempo l’evoluzione tecnologica dell’azienda. Significa introdurre competenze architetturali, capacità di governo dei progetti, gestione della qualità del codice, sicurezza, continuità operativa. Significa, soprattutto, assumersi il rischio diretto di ogni scelta tecnica fatta oggi e delle sue conseguenze domani.

Il punto è che molte aziende prendono questa decisione senza essere realmente pronte a sostenerla.

Uno dei primi segnali si vede nella composizione del team. Si parte con una o due figure operative, spesso molto valide sul piano tecnico, ma inevitabilmente focalizzate sull’esecuzione. Manca una visione architetturale complessiva, manca una governance strutturata, manca qualcuno che si assuma la responsabilità di dire non solo “come” sviluppare, ma “cosa” ha senso sviluppare e cosa no. Nel giro di poco tempo, i sistemi crescono in modo disorganico, seguendo esigenze contingenti più che una strategia.

Un caso tipico è quello di aziende che decidono di internalizzare dopo aver utilizzato per anni un ERP o una piattaforma esterna percepita come limitante. L’idea è costruire qualcosa di più flessibile, più aderente ai propri processi. Nei primi mesi, il risultato sembra positivo: si riescono a implementare rapidamente funzionalità su misura, si ha la sensazione di poter finalmente decidere in autonomia. Poi, però, iniziano a emergere i primi problemi.

Le integrazioni diventano sempre più complesse, perché non esiste un disegno architetturale solido alla base. Le logiche si duplicano tra sistemi diversi. La documentazione è scarsa o inesistente. La conoscenza resta nelle mani di poche persone. Quando una di queste persone esce dall’azienda o cambia ruolo, il rischio operativo diventa immediatamente evidente. A quel punto, il “controllo” che si pensava di ottenere si trasforma in una dipendenza ancora più critica, ma interna.

C’è poi un altro aspetto che viene spesso sottovalutato: il costo reale.

Internalizzare viene quasi sempre giustificato con un ragionamento economico. Si confronta il costo dei fornitori con il costo delle risorse interne e si conclude che, nel medio periodo, l’azienda risparmierà. Questo calcolo, però, è quasi sempre incompleto. Non tiene conto del tempo necessario per costruire competenze, della perdita di efficienza nei primi mesi (o anni), del costo degli errori progettuali, della difficoltà di mantenere aggiornate le tecnologie utilizzate.

In un progetto recente, un’azienda con un fatturato superiore ai 50 milioni aveva deciso di internalizzare completamente lo sviluppo del proprio sistema gestionale. Dopo circa due anni, il team interno contava cinque persone e il sistema era cresciuto rapidamente. Apparentemente, tutto funzionava. In realtà, un’analisi tecnica ha evidenziato un livello di debito tecnico elevato, una copertura di test quasi nulla e una forte dipendenza da due sviluppatori chiave, uno dei quali era in procinto di lasciare l’azienda. Il costo sostenuto fino a quel momento era già superiore a quello che sarebbe stato necessario con un partner strutturato, ma il dato più rilevante era un altro: il sistema non era in grado di supportare le evoluzioni di business previste nei successivi 18 mesi senza un intervento significativo.

A quel punto, l’azienda si è trovata in una situazione complessa: tornare indietro era difficile, continuare così era rischioso.

Questo non significa che internalizzare sia sempre una scelta sbagliata. Esistono contesti in cui ha perfettamente senso: aziende con una forte componente tecnologica nel proprio core business, con una massa critica sufficiente a sostenere team strutturati, con una chiara capacità di governo dell’IT. In questi casi, l’internalizzazione può diventare un vantaggio competitivo reale.

Il problema è che queste condizioni sono molto meno diffuse di quanto si pensi.

Per la maggior parte delle aziende, l’IT non è il prodotto, ma un abilitatore. E trattarlo come se fosse un’area completamente internalizzabile senza le competenze e le strutture adeguate porta spesso a costruire sistemi fragili, difficili da evolvere e costosi da mantenere.

La vera domanda, quindi, non è se internalizzare o meno. È capire quale sia il modello operativo più efficace per sostenere gli obiettivi di business nel tempo. In molti casi, la risposta sta in un equilibrio: mantenere all’interno la capacità di governo, le competenze strategiche e la conoscenza dei processi, affiancandosi a partner in grado di garantire solidità tecnica, continuità e visione architetturale.

È in questo spazio che si gioca la differenza tra un IT che funziona e un IT che crea valore.

Perché il controllo non deriva dal “fare tutto in casa”, ma dal sapere esattamente cosa tenere dentro, cosa delegare e, soprattutto, come governare entrambe le dimensioni.

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