Murphy e Bugs

La legge di Murphy è un famoso adagio che afferma: “Se qualcosa può andare storto, lo farà”. Questa legge, anche nota come legge di Murphy, è stata formulata per la prima volta negli anni ’40 da Edward A. Murphy Jr., un ingegnere aerospaziale americano che lavorava per l’US Air Force.

La legge di Murphy è stata originariamente concepita come una legge empirica relativa alla progettazione degli equipaggiamenti di sicurezza degli aerei, ma è diventata famosa per il suo uso più ampio nel contesto quotidiano. La legge di Murphy suggerisce che non importa quanto si è preparati, non importa quanto si pianifica e quanto ci si impegna, ci sarà sempre qualcosa che non va secondo i piani. Questo adagio è stato citato come spiegazione per qualsiasi cosa, dall’indisponibilità degli ascensori alla cancellazione di voli, fino alla rottura delle macchine. Quando si applica la legge di Murphy a situazioni quotidiane che non coinvolgono il mondo della tecnologia, può diventare esagerata e pessimistica. Infatti, sebbene sia vero che ci sono situazioni in cui le cose possono andare storte, non è sempre il caso che lo facciano. Inoltre, il pensare costantemente che le cose andranno male può avere un effetto negativo sul nostro umore e sulla nostra proattività.

In generale, la legge di Murphy può essere un utile principio guida quando si tratta di sviluppo software o di progetti complessi, ma potrebbe non essere sempre applicabile nella vita quotidiana. È importante ricordare che non tutte le situazioni sono negative e che l’essere ottimisti e proattivi può aiutare ad affrontare le sfide e ad ottenere risultati positivi.

Ma cosa c’entrano i “bug” con la legge di Murphy? I bug sono un termine comune nel mondo dell’informatica che si riferisce a problemi o errori nel software o nel codice di programmazione. La parola “bug” ha una curiosa etimologia. La leggenda vuole che il termine sia stato coniato da Grace Hopper, una programmatrice americana, nel 1947. Mentre lavorava su un computer presso la base navale di Dahlgren, Hopper scoprì un insetto morto che era intrappolato nel relè del computer. Hopper ha scherzosamente chiamato l’insetto un “bug” e ha usato il termine per descrivere i problemi del computer da allora in poi.

L’importanza del ricordarsi della legge di Murphy nello sviluppo software deriva dal fatto che la complessità dei moderni sistemi software rende molto difficile prevedere e controllare tutti i possibili scenari in cui il software potrebbe essere utilizzato. Al di là della fallibilità umana, anche gli ingegneri del software più esperti e scrupolosi possono commettere errori durante il processo di sviluppo, la programmazione è un’attività complessa, dove ciò che si progetta e crea ha ramificazioni e casi d’uso spesso impossibili da prevedere e quasi mai totalmente enumerabili. 

Uno dei principali risultati teorici riguardo alla correttezza del software è il “Teorema di Rice”, che afferma che per qualsiasi proprietà non banale del comportamento dei programmi, non è possibile dimostrare in generale se un programma la soddisfi o meno. Questo significa che non esiste un metodo universale per dimostrare che un programma è corretto in tutti i casi possibili. In altre parole, non si può garantire che un software sia corretto ed esente da bug. Questo ha le conseguenze economiche e legali che ci si aspetta, ma chi produce software si assume comunque la responsabilità di fornire un buon prodotto.

La presenza di bug nel software può causare gravi problemi di sicurezza e affidabilità, in quanto un bug può essere sfruttato da un attaccante per ottenere accesso non autorizzato al sistema o causare un malfunzionamento del software. Inoltre, i bug possono causare perdite di dati o danni ai dispositivi su cui viene eseguito il software.

Per mitigare questi problemi, esistono diverse best practice che si possono seguire. Alcune di queste best practice includono:

  • Testing: il software dovrebbe essere sottoposto a test rigorosi, automatici e non, per identificare eventuali bug o errori di programmazione prima del rilascio.
  • Codice pulito: il codice dovrebbe essere organizzato in modo chiaro e coerente, con nomi di variabili e funzioni significativi e ben documentati.
  • Sicurezza: i programmatori dovrebbero implementare meccanismi di sicurezza adeguati, come l’uso di crittografia e l’autenticazione, per proteggere il software e i dati che esso elabora.
  • Aggiornamenti: il software dovrebbe essere regolarmente aggiornato per correggere eventuali bug o vulnerabilità di sicurezza e migliorare l’affidabilità del sistema.
  • Revisione del codice: il codice dovrebbe essere revisionato da altri membri della squadra per identificare eventuali problemi o errori di programmazione.
  • Utilizzo di strumenti di analisi statica del codice: gli sviluppatori possono utilizzare strumenti di analisi statica del codice per identificare eventuali problemi di sicurezza o di affidabilità del software.

In generale, una buona pratica è quella di seguire le linee guida e le best practice stabilite dalla comunità degli sviluppatori di software, che spesso sono raccolte in documenti come il Manifesto Agile o il Software Engineering Code of Ethics and Professional Practice.

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